CANZONE PER MIO FRATELLO

Sei lì per lì per afferrarli
i sogni che hai fatto stanotte
sono lontani, lontani.
Ah, potessi stringerti le mani!
Ti guarderei negli occhi,
sparirebbe anche la morte
e la paura di domani.
Ti stringerei più forte, non ti farei volare via.
Ma i sogni non tornano indietro,
finisce uno, ne comincia un altro,
sottile come vetro,
che ci vedi dentro.
E invece dentro di te io non ho visto mai.

Ma chissà com’è
vedere dentro un sogno che fosse te?
Ma sto pensando troppo e sono solo le tre.
E mi tocca l’inferno, mi sento spacciata
e non sono con me.

Sognare ancora, senza la paura di svegliarci,
senza sentirmi sola.
Sognare ancora,
notti con la luna piena
a cavallo di una balena.
Senza pensare a te.
Senza pensare a te.

Stare chiusa in bagno a scrivere e a pensare
a come fare domani.
In questo posto non funziona più niente,
spariscono cani, gatti e pure la gente.
Restano gli uccelli a cantare a nessuno,
sono come me, che sto gridando dentro
ma non ci sente nessuno.
E questo sogno maledetto a ronzarmi attorno.
Provo a scacciarlo, ma è mio fratello
e vorrei solo abbracciarlo.
E dire: “Finalmente, ci hai messo del tempo,
stavo morendo, mi stavo preoccupando,..
E’ pronta la crema, vieni che si fredda
e accendi la tv.

12-12-2017/12-12-2018

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STE

Per quanti pizzichi che da la vita
La mia discesa diventa salita,
E la mia testa non è più sul collo,
Ho barcollato e finalmente mollo
Ho detto basta ai momenti di gioia,
Facevo mezzo metro e mi pentivo
E queste cuffie ora le porto con me,
Non hanno anima, ma sono mie!
Sono la cosa più bella che ho
Dopo di te,
Che sei una parte di me
E quando crescerai ti porteranno al mare ma
Senza di me
Perchè ho dovuto lasciare
La mia forza di amare
Per donarla a te!

Io vivo con una pietra sul cuore,
Nella mia casa non so dove stare
In onda, pronti, c’è da raccomandare
Dove andare a ballare
E del passato non si parla mai,
Nessuno che ti chiede come stai
E tu puoi fottertene per un momento
Dei tuoi guai!
Ma non si ride più quando si è soli,
In una lacrima troppi perchè…
Perchè una vita vale sempre di più
Se più non c’è?
E forse questo è l’ultimo pensiero
Mentre mi giro e vedo che sono solo,
Solo sull’orlo della vita che mi mette il muso
Ho camminato come un pazzo per fuggire,
E invece cazzo, mi hai raggiunto e ora stai per partire!
Sono scappato via da te
E ora scappo da me!
L’unica cosa che mi resta,
L’unico potere!
C’è che non sono nato santo,
Ma solo uomo
E ora saluto e chiudo qui
Che andiamo in promo

RIP

Very sad M

LA STIRPE DEI PRINCIPI

Zia. Che parola strana! Il fatto che lo fossi diventata mi faceva, chissà perché, sentire una zitella inacidita. E sì che le mie storielle fiorivano come non mai! Appena due sere prima avevo messo alla porta Peppe Scemo, venuto in ghingheri a casa per – oddìo! – una proposta di matrimonio! Quel tipo era del tutto suonato!

E poi, due giorni dopo, era nato mio nipote, il figlio di mio fratello. Già, proprio lui.

Prima gli cambiavo il pannolino con tutti attorno, osservandolo, piccolo, paffuto, delicato. Mi guardava con occhietti socchiusi color blu scuro e praticamente era pelato come Charlie Brown, esattamente come eravamo io e mio fratello da neonati.

Un erede… Sapevo quanto ciò significasse per me. Certo, ci sarebbe voluto ancora molto tempo, prima di cedere il trono, che diamine! Ero giovane!

Ma un erede voleva dire anche “spiegazioni convincenti”. E anche questo capitolo, prima o poi sarebbe arrivato. Che cosa sarebbe successo quando il nipotino avrebbe scoperto di non essere come gli altri bambini?

Ma fu proprio allora, mentre terminavo di agganciargli il pannolino pulito, che lui mi lanciò un’occhiata sorprendentemente intelligente e mi disse, aprendo la boccuccia sdentata:

– Zia, ora ho sonno.

– PARLA!?!- esclamarono coloro che mi stavano intorno- Questo bambino già parla!

Diamine! Afferrai il pupetto e, incurante del parentado sconvolto lo trasportai sul tavolo del soggiorno e lo sollevai in piedi sul mobile, tenendolo sotto le scapole. Era, a momenti, già capace di tenersi da solo e la cosa assurda era che non me ne stupivo affatto.

– Zia, perché sono così piccolo e già parlo?

Sorrisi maternamente:- Dovresti saperlo: tu appartieni alla stirpe dei Principi. Tutti i bambini della stirpe dei Principi parlano dal primo giorno di nascita.

E pensai, con rimpianto, a quando, appena nata, restai zitta per mesi temendo che nessuno mi capisse.

A mio fratello e Chicocco

Super M.

DELLAMORTE DELLINFERNO

Dellamorte si guarda allo specchio prima di uscire a lavorare. Gnaghi lo osserva mentre si aggiusta i capelli e dice:
– Gna!
Dellamorte lo guarda con la coda dell’occhio:
– È inutile che ci provi anche oggi: non mi farò mai e poi mai radere da te.
– Gna.- replica Gnaghi dispiaciuto.
– Anche oggi un lavoro d’inferno. Veramente vorrei andarci, all’inferno. La finirei con questa vita. Ma…è vita?
FUORICAMPO
E già. Arriva un momento in cui anche un ritornante che fa la vita del ritornante vorrebbe essere solo un cadavere morto.
È quando senti che in realtà il tuo corpo fa lo stesso rumore di una latta mezza vuota di benzina. E serve anche a farci la stessa cosa, ovvero un bel fuocherello.
Il micio-cartoon si stiracchia riacciambellandosi sulla sedia.
Dellamorte si chiede se anche oggi ci sarà lavoro. Manco a farlo apposta, suona il campanello:
– Gna?- dice Gnaghi e Dellamorte risponde:- Sono stufo!- e afferra la Bodeo.
– Sì, chi è?
– Mo apri, filiolo! Mo sono io!
– Oooh! ‘Sti preti!
Don Dino entra. Ormai regge il peso dei suoi anni. Non si può dire la stessa cosa della sua testa, mezza consumata a furia di schioppettate di Dellamorte. Il verme che gli vive nell’orecchio, ormai ha già preso possesso dell’orbitale destro.
– No, fermo! Mo non sparare ancora, vè! Mo femmi almeno parlare, prima, no?
– Ok: ti do dieci minuti di tempo per dirmi che vuoi. Ma non lo faccio perché credo in Dio.
– Mo dunque non rispetti nemmeno l’abito che porto? Questi giovani! Sempre pronti a deridere i poveri vecchi!
– Uh, don Dì! Che c’è?
– Oh, Franceschino! È così bello essere morti! Mo allora perché questi disgraziati non vogliono saperne di esserlo?
– Non è certo colpa mia!- sbuffa Dellamorte.
– Prendi noi due, ad esempio. Abbiamo una qualche funzione. Anche tu, Gnaghi.
– Gna?- dice Gnaghi.
– E sarebbe?
– Tu sei non-morto per sparare ai non-morti. Io sono non-morto per seccarti e per obbligarti a venire in chiesa. Gnaghi ti aiuta. Ma…loro?
– Forse se l’inferno fosse già sulla terra, sarebbe tutto più facile. Anche se ho sempre creduto che già lo fosse.
– Mo Franceschinino! Mo Dio non vuole l’inferno! L’inferno è dei malvagi e non tutti sanno di essere buoni.
– Senti, prete…Se Dio odia l’inferno, com’è che ti ci ha messo?
Don Dino fa un sospiro mefitico:
-Inutile parlarci, con te! Mo quand’è che capirai?
– Tagli, Don Dino. Ha cinque minuti.
– Senti, Francescininino…che mi presteresti quel tuo telecomando prodigioso?
– Ancora?- esclama Dellamorte- Don Dì, ancora con quel vizio? La tv non la deve più guardare! È troppo pesante e poi non dorme bene e si sveglia con la nausea!
– Lo so, ma che ci posso fare? Alla mia età, uno non ha più svaghi.
– Bah, Don Dì, mi dispiace, ma il tempo è scaduto.
– Vabè…Sarà per un’altra volta.
Dellamorte punta e spara quasi tutto insieme. Addio, testa di Don Dino!
– Poveretto – si lascia scappare Dellamorte – Sta proprio invecchiando.
Più tardi, Dellamorte dice a Gnaghi:
– Andiamo, aiutami: dobbiamo rimetterlo in tomba.
Gnaghi prende la pala e dice: -Gna!- e lo segue. trotterellando, mentre Dellamorte si fa carico del cadavere disfatto del prete. Lo portano fuori, ma Dellamorte ha lasciato la sua Bodeo sul tavolo in casa.
FUORICAMPO
A volte ci dimentichiamo dei nostri migliori amici e neanche ce ne accorgiamo, perché è uno stato di necessità.
Il Ricordo del gattino miagola forte, cerca di avvertirlo, ma i lamenti degli zombi di fuori sono troppo simili ai lamenti del micio.
FUORICAMPO
È più difficile rendersi memori dell’ombra dei ricordi che lasciarsi inghiottire dalle ombre del presente, quando si ha qualcosa da fare.
Così la Bodeo resta sul tavolo e Dellamorte e Gnaghi rimettono Don Dino nella cassa e lo sotterrano.
– Sai, Gnaghi, non ci ho mai pensato, ma…lui si occupa di benedire le tombe dei ritornanti quando muoiono, ma…chi benedice quando muore lui?
– Gna!
– Eh, sì, amico, sembra proprio così: Don Dino andrà all’inferno! E la colpa più grossa per lui è quella di rompermi tutti i giorni i coglio…
WOOOOOOOM!!!!!!! Dalla terra appena smossa salta fuori il cadavere ancora ambulante di Don Dino con le fauci, o quel che ne resta, spalancate e il verme sull’occhio che cerca di fuggire anche lui, terrorizzato.
Dallamorte si volta di scatto  e Gnaghi grida:- Gnaaaaaa!!!!
Don Dino afferra Dellamorte bloccandogli le braccia e sibila:
– Mo mi dispiace, zivinotto! Il Signore mi perdonerà se ti mangio! Il Signore perdona sempre tutti! Ha perdonato anche te!
Dellamorte si ricorda all’improvviso di non avere la pistola quando si sente le mani vuote.
– Cazzo- dice- Gnaghi! La pistola! Gnaghi, aiuto! Aiuto!
Ma Gnaghi non sa se correre in casa a recuperare la Bodeo o colpire il ritornante con la pala da becchino.
– GNAGHI! SBRIGATI, PER DIO!
– Non bestemmiare, zivinotto! Dio punisce chi bestemmia…
Don Dino sta per mordere…
– No! NOOOO!!!!
BANG! BANG!
Don Dino perde ciò che resta della testa putrefatta, che rotola di nuovo sotto terra. Il corpo si affloscia e cade e la testa dice:
Beh, mo vabè, mo potevi dirlo, però, che non eri d’accordo!
Dellamorte si volta verso l’origine dello sparo. Un uomo col pizzetto e con l’abito nero e la bombetta e una ventiquattrore scura sotto il braccio, regge la pistola ancora fumante nella destra.
– Non spari. Tanto sono morto.- dice Dellamorte- Grazie.
– Non c’è di che- replica l’uomo.
FUORICAMPO
Essere uccisi anche da morti è la peggiore delle ipotesi, no?
– Chi è lei?
– Mi chiamo Francesco.
– Anch’io. Un altro che si chiama come me.
– Francesco Dellinferno. E anch’io sono morto. Pensi, torno proprio ora dalle fiamme eterne. Un viaggio interessante.
– Anche lei uccide i ritornanti?
– No, sono qui per recuperare un corpo per un anima infernale. Ne ha bisogno. Il ritornante che ho colpito…
FUORICAMPO
Allora è vero: Dio non esiste, ma l’Inferno sì.
Dellinferno si prende il corpo di Don Dino, che ancora brontola:- Hai visto che vai all’inferno? Chi dice parolacce va sempre all’inferno…
Dellinferno se ne va, se lo porta via. Dellamorte dice solo:
– Mah.
– Gna!- fa Gnaghi e tutti e due rientrano in casa.
A very bad imitation of Tiz, my master.
M.

PREGHIERA PER CHI VIVRA’

Vi prego,

pubblicate le mie poesie.

Sono piccole figlie

di madre senza cervello.

Vi prego pubblicate

le mie poesie.

Sono brandelli

del dolore dei giorni,

Frullatelli

dei miei pezzi di cuore.

Mi saranno di vita

anche

dopo la morte.

Quando un giorno

metterete piede nella mia stanza

ed io sarò lì

sospesa,

cercate nei cassetti,

tra le pile di carte

i rimasugli

di me

e vi prego vi prego

pubblicate

le mie

poesie.

Saddy, very saddy M.

AL PASSATO

Ho lasciato i detriti ancora ansimanti

e il volto coperto di cera e dolore,

i campi di paglia riarsa dal sole,

la vita che è andata in uno stuolo di anni.

I bimbi del riso a correre ancora,

le nerbate di corda sulla mia schiena,

i figli del vento e i monelli affondati

nel mare dell’ingiusta fortuna.

Il male dell’uomo vedeva la luna,

e il Giappone sgombrava la via

a una bomba, una triste agonia

batteva sui nervi come follia.

I giovani lampi sulle autostrade,

dopo un pieno di pazze illusioni

e il veicolo resta impunito

e la vita si lava le mani.

Ho lasciato i cunicoli della mia storia

per andare a sorreggere un ferro

e tanti ne cadono ancora

sulle salme dei loro antenati.

L’indecenza dei burattinai

messi al bando da tutti e da nessuno,

col fregarsene di quel che non vedi

o che vedi dall’occhio di vetro.

Ricordarsi di essere un reduce

dato in pasto alla vita, vincente in discesa,

una semplice lotta per pararsi il culo

si trasforma in una cieca difesa.

Alle spalle del mondo di oggi

ho lasciato perire la vita.

M.

NATALE

Buon compleanno ai giocattoli
Io credo ancora ai miracoli
E non fa male perché alternative non ho.

Capelli di fuoco, io ti portavo
Appesa al mio cuore volando
Cercando un’uscita per noi.
Natale non è solo un piccolo sogno,
Ma solo il Destino che dice “sto meglio,
Perché io non sono che tutto uno sbaglio”.

Facciamoci male, portiamoci bene
Questa è la cruda realtà.
Metti un gettone nel vecchio juke box,
Ma Elvis non ritornerà.

C’era un volta un vecchio animale,
Non poteva più salire le scale
Perché era malato di cuore.
Per questo passava i suoi ultimi giorni
Da solo, aspettando la sera.
Finiva la primavera.

Natale è la saggezza di un bimbo
Che dice “è meglio che dormo,
Sennò dal camino non scenderai tu”.

Natale è soltanto vivere l’ipocrisia,
Regali un sorriso e dentro non sai che sia.
Pensi di andartene, poi chiudi gli occhi
E quando li riapri, sei già andato via.

Desolated M.